RATURE

 
 
Sacca San Mattia. Spazio del Possibile. Azione N_1
 
Installazione ambientale, materiali di risulta e preesistenti. Venezia 2014.

 

 

 

 

*Rature (ʀatyʀ): parola francese che sta per “cancellatura”.

"Un paesaggio, lo sviluppo di un pensiero e di una cura nei confronti di uno specifico territorio, un processo aperto e non chiuso circolarmente su se stesso in cui c’ è un inizio e una non fine. “RATURE” come cancellazione, un processo che implica una stratificazione di visioni, analisi, ricerca e messa in discussione del proprio operato. Questo per me è il campo d’ indagine di Sacca San Mattia un’isola artificiale anticamente utilizzata come deposito dall’ industria del vetro di Murano che si è trasformata poi in un’ enorme discarica abbandonata. La Sacca oggi appare come un vero e proprio cimitero del vetro. In questo luogo è come se la bellezza sia sospesa e quasi in attesa. Figura centrale e fondamentale nel mio processo di ricerca è Moulaye Niang, un consapevole mastro vetraio, con il quale ho instaurato un dialogo sulle possibilità di Sacca San Mattia. Moulaye rientra nella rosa dei pochi che hanno nella mente e nel cuore il destino della Sacca. Questo grande lembo di terra può essere considerato una sorta di contenitore della storia dell’ artigianato di Murano, proprio perché porta in grembo innumerevoli stratificazioni di pelle composta dagli scarti della lavorazione dello splendido vetro, trasformato in reperto e lavorato dal tempo, dall’ aria e dall’ acqua. Tutta questa materia presente nella Sacca potrebbe essere riattivata, utilizzata e plasmata; riqualificando l’ ingente massa degli scarti industriali delle fornaci di Murano per una nuova messa in discussione della materia economica e affettiva dell’ isola degli artigiani del vetro, in funzione di una creazione spaziale e sociale che rivaluti la bellezza del più grande spazio inutilizzato della Laguna. Ho direttamente constatato, infine, che Sacca San Mattia si presenta come un ampio spazio dedito al respiro e all’ osservazione, libera da impedimenti visivi, una terra ricca di “vuoto” potenziale che rimanda cromaticamente al colore bianco, colore del possibile della pagina ancora da scrivere. Questo “disastro meraviglioso” mi ha condotta, come primissimo input della mia ricerca, alla costruzione di un piccolo recinto in cui sondare i materiali presenti, prendendo così confidenza con lo spazio potenziale di quel luogo, andando a creare una prima ed arcaica forma di architettura che contiene, delimita e mostra le sue possibilità latenti."